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Apertura del mio blog

E’ da un bel po di tempo avevo voglia di scrivere qui la mia vita architettonica.

Ho altri blog dove ho sempre fatto dei bei minestroni, ma ora invece voglio proprio disciplinarmi e scrivere in modo più specialistico qui.

Comincio con il mio primissimo post pubblicando il mio post sul blog del mio carissimo amico Emmaniele Pilia. Passo qui il suo sito in modo che possiate anche leggere a cosa mi riferivo.

http://www.piliaemmanuele.wordpress.com/2008/10/29/politicapontiprogetti_/#comments

Molte persone a me vicine hanno chiesto un parere sul ‘ponte nuovo’ di Calatrava a Venezia prima che io avessi avuto la possibilità di vederlo e gustarmelo personalmente, ma non mi sono mai espressa totalmente. Sono appena tornata da Venezia e finalmente anch’io mi sono fatta un’opinione a riguardo.

La mia riflessione su questo tema è molto simile nei confronti di altri. Amplifico un pochino l’argomento perché ho un proposito.

Quando si costruisce in periferia, bisogna sapere cosa si va a toccare, quali sono le abitudini ed ecc, ma non per forza rispettare perché, sono quartieri che la maggior parte dei casi sono nati senza qualità e servizi, quindi bisogna rispondere a questi servizi e alle necessità di un quartiere. Da architetti, non penso sia corretto nei confronti degli abitanti di periferia ispirarsi alle loro palazzine, inquanto gli abitanti per la sua grande maggioranza ha voglia di dimenticarli. Bisogna offrire un sogno, un’emozione, uno stato di benessere e di felcità. I lavori in questi posti sono nella maggior parte dei casi delle rimodellazioni del quartiere (escludiamo i pessimi esempi di Roma e dell’Italia), per rinnovare e dare totalmente altra luce al quartiere periferico. Quando però si costruisce in un centro storico la musica cambia, bisogna avere la sensibilità e anche la cultura storica necessaria per essere in grado di progettare rispettando il contesto, ed avere l’abilità di penetrarsi con umiltà in un centro storico. Questo non è affatto un lavoro semplice, e non basta solamente cultura e rispetto, ma anche molta creatività per potersi muovere in uno spazio così vincolato.

Che una qualsiasi opera contemporanea sia perennemente presa di mira ovunque sia la costruzione in Italia, è oramai innegabile, sia essa fatta bene o male. La reazione comune è da partito preso ed è quasi una mania gratuita criticare senza oggettivamente guardare gli strumenti che si hanno in mano.

Una reazione simile c’è stata per la chiesa di San Padre Pio a S. Giovanni Rotondo (FG), progettata da Renzo Piano. I fedeli si lamentano per la grande costruzione della chiesa, i commenti più comuni sono che sia troppo ricca, quando, per tradizione cattolica, ogni chiesa importante si è sempre distaccata per le sue innovazioni tecnologiche e se non tecnologiche, per delle rivoluzioni di pensiero (S. Francesco D’Assisi). A San Pietro e in qualsiasi altra chiesa neoclassica a Roma, ma anche in Francia e Spagna, ritroviamo richezze ben superiori a quella di S. Padre Pio, il 100% delle chiese della Roma storica sono ricoperte di marmo e oro lavorate da pittori e scultori di rilievo.

Ricordiamo inoltre la torre Eiffeil a Parigi, ampliamente criticata nei suoi primi anni di vita ma ora punto fondamentale di attrazione della capitale francese.
Prendendo come punto di riflessione quest’ultimo, mentre allora la torre in ferro che toccava il cielo con un ascensore era un’innovazione, l’antecessore dei grattacieli, a Venezia, Calatrava ha solo risolto una problematica. In quel punto dove è stato costruito il ponte, non vi era nessuna connessione fra due punti molto importanti della città, due punti di arrivo e di partenza. Uno è la piazza degli autobus, Piazza Roma, l’altra era la stazione dei treni. Per accedere da un punto all’altro era necessario farsi un grande giro senza logica. Venezia è morfologicamente vincolata dai suoi canali, e perciò i pedoni dipendono totalmente dai ponti. Era assolutamente necessario e intelligente costruire un ponte in quel tragitto fra Stazione dei treni e Stazione degli autobus a Piazza Roma.


E’ stato chiamato un architetto dalla grande sensibilità e di cultura europea (punto da non sottovalutare!), tuttavia ha svolto semplicemente il suo incarico, rispettando i colori, i materiali e tutti i requisiti armonici ed estetici, senza rifiutare se stesso, mantenendo verso di sé un sano amore e rispetto, si è integrato fluidamente penetrandosi verso la parte bassa, nascondendosi sotto il suo ponte, appunto come Guido simpaticamente buttò in battuta quando eravamo a Venezia.

Calatrava ha costruito con i materiali di innovazione, come il ferro e il vetro, ma altrettanto utilizzato materiali come il marmo. Ha rispettato sia il suo tempo che il tempo antico. Ha inserito illuminazione sui bordi del ponte e vetro sul corrimano, ma in maniera molto elegante e altruista, senza individualismo ed egocentrismo, un giusto connubio fra antico e contemporaneo. Questa costruzione secondo me è ben riuscita perché il suo progetto si è rivelato non sottomesso all’antico ma nemmeno si è  sovrapposto, è un’opera in equilibrio con il contesto e con il suo tempo di costruzione, è attuale. Personalmente, meglio far costruire a qualcuno con il bagaglio culturale elevato che sia in grado di rispettare il contesto, pursempre senza perdere la propria identità, la sua contemporaneità e collocazione storica, che non un indistinguibile copia incolla del solito rifare il nuovo come il vecchio, dirispettandosi e dirispettando anche il contesto storico, anche perché, sarebbe prendere in giro, dato che di vecchio li non c’era proprio niente!

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